Il lato oscuro della creatività: cosa la blocca e cosa la alimenta

La creatività ha bisogno di essere alimentata

Quando parliamo di creatività immaginiamo spesso qualcosa di astratto, quasi come se fosse una risorsa nascosta dentro di noi alla quale poter attingere ogni volta che ne abbiamo bisogno. Ma la realtà è diversa. La creatività assomiglia molto di più a un organismo vivente che ha bisogno di essere alimentato. Un corpo si ricarica attraverso le ore di sonno. Un telefono scarico torna operativo grazie a un caricatore. Una pianta cresce solo se riceve acqua e le giuste condizioni. Una macchina può percorrere chilometri soltanto se viene alimentata dal carburante. La creatività funziona allo stesso modo. Non è un contenitore infinito da cui prendere idee continuamente senza conseguenze. Il suo livello, la sua qualità e la sua continuità dipendono da tantissimi fattori: alcuni riescono a farla crescere, altri lentamente la consumano. E se fai il Social Media Manager lo sai bene: la creatività non è un semplice valore aggiunto, è il motore del tuo lavoro. Strategie, analisi, numeri e strumenti sono fondamentali, ma senza creatività la comunicazione diventa piatta, prevedibile e facilmente sostituibile. Essere creativi richiede energia mentale. Alcuni giorni le idee arrivano naturalmente, altre volte bisogna scavare più profondamente per trovarle. Ma quali sono i principali fattori che possono minacciare la nostra creatività nel lavoro?

1) La mancanza di entusiasmo

Il primo grande nemico della creatività è la mancanza di entusiasmo. Quando manca entusiasmo, manca quella creatività spontanea, quella capacità di vedere possibilità dove gli altri vedono soltanto un progetto. Può succedere quando un lavoro si rivela diverso da come lo avevamo immaginato. Magari pensavamo di entrare in un progetto stimolante, con persone motivate e disponibili, e invece troviamo un ambiente distante dal nostro modo di lavorare. Può succedere quando il titolare dell’azienda non partecipa, non comunica, non dà stimoli oppure quando le persone coinvolte nel progetto non condividono la stessa visione. Il lavoro può comunque andare avanti, ma la differenza è enorme. Una comunicazione fatta senza entusiasmo può funzionare, ma sarà probabilmente una versione ridotta del suo vero potenziale. È come piantare un albero di limoni in un terreno povero, annaffiarlo poche volte al mese, ignorare i parassiti e poi aspettarsi centinaia di limoni al momento della raccolta. Non è possibile. La creatività ha bisogno di un terreno fertile. E il primo elemento di quel terreno è l’entusiasmo.

2) Troppi paletti limitano la creatività

Un Social Media Manager creativo lavora meglio quando ha spazio. La carta bianca, quando possibile, è uno degli strumenti più potenti per ottenere risultati. Ovviamente questo non significa lavorare senza regole. Prima di creare qualsiasi cosa bisogna conoscere l’identità dell’azienda, i suoi valori, il suo pubblico e confrontarsi con chi rappresenta il cuore dell’attività. Ma una volta definita la direzione, il professionista deve avere margine di movimento. Troppi paletti possono diventare un ostacolo. Parliamo di situazioni in cui ogni idea deve superare dieci livelli di approvazione, dove ogni scelta viene limitata da abitudini consolidate o da un modo di comunicare ormai fermo nel tempo. Questo capita spesso nelle realtà più strutturate, dove esistono già reparti marketing, procedure interne e strategie costruite negli anni. Ma se un’azienda decide di inserire un nuovo Social Media Manager, probabilmente lo fa perché cerca qualcosa di diverso: nuove idee, nuove prospettive, nuovi risultati. Un creativo chiamato per cambiare una comunicazione non può essere trasformato semplicemente in un esecutore di indicazioni altrui. Nei primi mesi è importante avere il coraggio di portare la propria visione. Poi, con il tempo, bisogna anche essere capaci di valutare una cosa: quel progetto sta alimentando la nostra creatività o la sta consumando? Perché anche la nostra energia creativa ha un valore.

3) La creatività non riconosciuta

Esiste poi un problema ancora più delicato: quando la creatività viene continuamente respinta. Pensiamo a un professionista che propone dieci idee e nove vengono bocciate senza una reale motivazione. Non perché siano sbagliate, ma perché vengono valutate solamente attraverso gusti personali, preferenze soggettive o convinzioni non basate su una reale conoscenza della comunicazione. Nel lungo periodo succede qualcosa di pericoloso. Il creativo smette di proporre. Inizia ad adattarsi. Comincia a chiedersi meno “qual è la soluzione migliore?” e sempre più “cosa piacerà al responsabile?”. Ed è qui che nasce un problema. Perché un’azienda che assume un professionista della comunicazione lo fa proprio perché riconosce di aver bisogno di quella competenza. Immaginate un’azienda che assume un esperto di comunicazione e poi gli impedisce continuamente di utilizzare le sue conoscenze. Il risultato sarà quasi inevitabile: il Social Media Manager farà semplicemente ciò che gli viene richiesto per mantenere il rapporto lavorativo. L’entusiasmo diminuirà. La creatività si spegnerà. E alla fine perderanno entrambi. La creatività ha bisogno di essere vista, condivisa, messa alla prova. È nata per uscire dal contenitore. Pensate a Leonardo Da Vinci mentre dipinge la Gioconda. Immaginate se quel dipinto fosse rimasto nascosto per sempre, senza mai essere visto da nessuno. La creatività ha bisogno di confronto, perché attraverso il confronto cresce.

Come alimentare il flusso creativo – Il mio trucco

Se da una parte dobbiamo proteggere la nostra creatività, dall’altra dobbiamo anche imparare ad alimentarla. Le persone creative lo sanno: le idee non arrivano soltanto quando siamo seduti davanti al computer. Possono arrivare mentre guidiamo, durante un allenamento, mentre camminiamo, prima di dormire o appena svegli. Il livello più alto della creatività, secondo me, è l’intuizione. Io la considero quasi un piccolo miracolo. È quel momento in cui un’idea arriva improvvisamente e sembra risolvere un problema che avevamo nella testa da giorni, settimane o mesi. A volte l’intuizione genera una reazione fisica: entusiasmo, emozione, quasi commozione. Perché trovare una soluzione a qualcosa che ci coinvolge profondamente è una sensazione difficile da descrivere. Ma c’è una cosa fondamentale: quando arriva un’intuizione bisogna catturarla subito. Non bisogna rimandare. Non bisogna dirsi: “ci penso quando torno a casa”. Perché quel momento ha un’energia particolare che difficilmente ritornerà uguale. Personalmente utilizzo un metodo molto semplice: apro WhatsApp sul mio numero personale e mando vocali a me stesso. Racconto l’idea nei minimi dettagli. Spiego cosa ho immaginato, perché funziona, come potrebbe essere sviluppata. In questo modo, quando tornerò su quel progetto dopo giorni o settimane, non avrò perso quella prima scintilla. Avrò ancora davanti tutti i dettagli, tutte le emozioni e tutto il ragionamento iniziale. Perché la creatività è anche velocità. Quando passa il treno bisogna salirci. E spesso la differenza tra un’idea normale e un’idea straordinaria è semplicemente questa: averla presa nel momento giusto.